Chicago mon amour

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Chicago è una città bellissima e l’architettura del Loop è meravigliosa: palazzi storici in stile art decò si sposano perfettamente con le forme e con i colori dei grattacieli moderni; tutto è stato costruito in perfetta armonia con quello che c’era prima, senza accostamenti azzardati e inutili brutture. E’ una città che vibra di luce quando c’è il sole e l’acqua dei fimi che la attraversano si specchia nelle immense vetrate dei palazzi. E’ una città che è vissuta, la gente cammina per il centro, e in centro c’è tutto quello che, per noi europei, E’ il centro: negozi, bar, ristoranti e giardini dove rilassarsi.

Chicago è una città che ha tanto da offrire: c’è l’Art Institute (museo bellissimo, sia dal punto di vista architettonico che espositivo e didattico), ci sono tantissimi parchi dove passeggiare, il Navy Pier e tutto il litorale che si affaccia sullo sterminato lago Michigan; consiglio a tutti un tour in barca sui fiumi del centro per scoprire di più sulla storia della città e dei suoi meravigliosi edifici, e poi tanto altro tra musica (siamo stati anche al locale di Buddy Guy a sentirci del buon blues!), attrazioni più o meno turistiche (un salto sulla Willis Tower per una vista mozzafiato era d’obbligo…) e, of course, cibo! (Da non perdere per la Chicago-style pizza, o Deep Dish Pizza, Lou Malnati’s e per un breakfast indimenticabile fate un salto da Lou Mitchell’s, altro luogo storico aperto in downtown fin dal 1923: se c’è fila non spaventatevi e non demordete, si fa presto e poi c’è la nonna che vi intrattiene regalandovi frittelle per meglio sopportare la fatica dell’attesa… ❤ )

Se siete amanti dell’arte nouveau e decò, perdetevi tra i palazzi, entrate nell’atmosfera dei roaring 20’s e fingetevi lì, nel ’32, tra i gangsters di Scarface,  senza dimenticare di fare un salto al Chicago Cultural Centre…in caso contrario vi perdereste questo:

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…e scusate se è poco!!!

Grazie Chicago, sono stati quattro giorni indimenticabili! 🙂

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Cibo a tonnellate, Cowboy mascelloni, tori imbizzarriti e bambini aggrappati a montoni fuori controllo: that’s Rodeo!

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E niente, tra una cosa e l’altra, non vi avevo ancora raccontato del nostro primo Rodeo.

Il Rodeo, a Houston, è da santificare come il Natale: lo si aspetta con agitazione, i bambini iniziano due mesi prima ad andare in giro vestiti da piccoli cowboy e cowgirl, e anche gli adulti proprio non riescono a trattenere l’impulso tutto a stelle e strisce di rifarsi il guardaroba per l’evento. E quindi tripudio di stivalazzi e cappelloni, passando per cinture di alligatore per lui, maglie con pizzi in stile country  per lei (mooolto carine! ❤ questo stile sobrio-southern mi fa impazzire, solo che cerco di trattenermi per non sembrare, a settembre, una redneck a Milano. Che avrò già altri problemi…), fino ad arrivare al country-trash, che in realtà impazza tra le sciùre autoctone, ossia roba costellata di brillantini, davvero raccapricciante…tipo anche a forma di croci su cappellini di jeans. Che al solo pensiero, sbocco.

Il Rodeo, non è solo Rodeo, è anche Carnival (giostre), Livestock (chilometri e chilometri di bestiame sfoggiato con orgoglio sotto gli occhi dei proprietari), banchetti di cibo molto poco salutare, spettacoli (il rodeo vero e proprio) e concertoni serali di cantanti piaccioni della scena neo-country-pop-whatever.

Il tutto merita, ovviamente.

Momenti salienti della giornata?

Di sicuro il bareback riding (il cavalcare un cavallo imbizzarrito senza sella) e il bull riding (idem ma con toro!). E pensare: Ma pppperché?!?!?

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Altra chicca è sicuramente il wrestling col vitello…ahahahhahahah sìììì! Dovete immaginare la mia faccia quando ho visto per la prima volta il cowboy scaraventarsi sul povero vitellino e sbatterlo a terra. O_________o

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Per la cronaca, i vitelli sembrano abituati e nemmeno traumatizzati dal fatto. Si rialzano tranquilli e vanno via. Come a dirgli: “Vabbè. Mò sei contento..? ”

Ma la ciliegina sulla torta, dopo la corsa dei barili e il classico lancio della corda, attenzione: il bambino sparato a tutta velocità sul montone!!! No, vabbé!!! IL TOP!!!!

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Pure a mani nudeeee!!! XD

Fantastico. Quanta poesia. Quanto orgoglio.

E con questa, posso anche chiudere! Ciao!

Calci nello stomaco

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Three studies for figures at the base of a crucifixion“, Francis Bacon, 1944

Ho continuato a fissare la padella e a girare le patate, in silenzio.

Era come se fossi ipnotizzata, non riuscivo a staccare lo sguardo da quel punto fisso, sapevo che, nel momento in cui l’avessi fatto, e l’avessi finalmente guardato, sarei crollata.

Avevo capito tutto, da subito. E’ incredibile come lo riesca a capire da uno sguardo. Ed è allo stesso modo incredibile come io debba avere sempre maledettamente ragione delle mie sensazioni spiacevoli.

“Ci mandano a casa prima. La crisi del petrolio sembra non risollevarsi…”.

Eccolo. Il calcio allo stomaco che rompe la bolla del silenzio dove avresti preferito rimanere, ancora per un pò. Solo per un pò. E, rotta la bolla, immediatamente senti il dolore, fitto, lancinante, inaspettato e il sangue che esce dalle ferite sono tutte le tue speranze, i tuoi desideri, i tuoi progetti che ti scivolano addosso, bruciandoti la pelle, per finire a terra in una pozza di tristezza così profonda da rischiare di annegarci.

Ho pianto ininterrottamente per 12 ore, sotto il suo sguardo dispiaciuto e dentro i suoi abbracci inconsolabili, ho pianto così forte da gridare, così tanto da soffocare, così intensamente da credere che non ce l’avrei fatta a sopportare anche quest’ultima bastonata del mio destino bastardo.

Ho pianto come per un lutto. Pensando che non era possibile, non era in alcun modo giusto, che non me lo meritavo, che c’è gente che ha avuto la possibilità di stare qui e non ci vuole stare, o che ci sta e non si da da fare. Io ho sempre voluto venire qui, sono sempre stata convinta che prima o poi il mio momento di riscatto sarebbe arrivato.

Mio. Sì. Lo so che sbaglio e che non dovrei, ma il problema è proprio questo: la vedo come una cosa personale, anche se so benissimo che non lo è. Dobbiamo tornare perché c’è crisi, per tutti. E chi è americano e non deve tornare, qui, viene licenziato.

Ma per me questo era il momento che ho sempre aspettato, la mia rivincita sul già citato destino beffardo, l’opportunità di fare cose che in Italia non avrei mai potuto fare. Smetterla di sentirsi vecchia e fallita a trent’anni. Questo era il peso che mi portavo sulle spalle e che, arrivata qui, non ho più sentito. Qui tutti vedevano il mio potenziale, non le mie lacune.

Qui, in questa città non bella, ci piace vivere e avremmo voluto viverci finché ce ne avessero dato la possibilità. Noi due, i nostri tempi, i nostri spazi, i nostri progetti.

Perché é una sensazione che ti dà alla testa come una droga, quell’aria di POTER FARE che ti riempie i polmoni qui.

Sarà difficile respirare di nuovo, a settembre, quando dovremmo tornare.

Il solo pensiero mi fa tornare le lacrime agli occhi. Tornare. A cosa?

Io non ho più un lavoro. Io non ho avuto l’aspettativa in banca o al mio noioso lavoro in comune. Io mi sono licenziata. Io volevo questa opportunità con tutta me stessa.

Ma questo non è un lutto. E, per rispetto di quelli che un lutto vero l’hanno vissuto, mi scuso e mi impegno da oggi ad accettare questa decisione voluta da altri non come una sconfitta, ma come un’ulteriore sfida a me stessa. Per smettere di piangermi addosso, per tirare di nuovo fuori le palle e ritornare a credere in me, non importa dove nel mondo.

E per lui, perché glielo devo. Perché solo lui sa quanto a fondo riesco ad andare quando sono stanca di lottare, quando anche gli abbracci non scaldano e le parole non entrano nelle orecchie. Glielo devo, perché non voglio più essere solo IO, ma, ora più che mai sento il bisogno di vedere tutto nella prospettiva di NOI. Che NOI siamo forti, e che, alla fine tutto andrà bene e NOI saremo felici.

Ovunque nel mondo.

Where Texas became Texas

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Ovvero: Washington on the Brazos.

Il 2 marzo 1836, esattamente qui, in un luogo che sembra proprio cagato fuori male, prendendo la mira alla cazzo e puntando il dito nel mezzo del Texas, 59 delegati si ritrovarono per stendere ufficialmente la dichiarazione d’indipendenza dal Messico.

Dal 1836 al 1846 la Repubblica del Texas rimase, con grande orgoglio autoctono e moltissime precarietà, uno stato autonomo.

E niente, 180 anni dopo siamo capitati, un pò per caso, ai festeggiamenti del suo compleanno, una festicciola ristretta con poche centinaia di persone…che solo dopo abbiamo capito essere qualcosa tipo una festa leghista di secessionisti convinti. Tipo. Ecco.

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Maccheccefrega a noi! Di fronte alla possibilità di gustare la nostra prima giant turkey leg da passeggio, vedere tizi a spasso conciati come i protagonsti della Casa nella Prateria, sentire un paio di spari in aria (che fa tanto texas ❤ ) e chiudere tutto nel più dolce dei modi, ossia con un bel pezzettone di torta iper calorica…ripeto: ma checccccenefregaaannnoi!?!?!? XD

Del Texas non si butta via niente, bisogna viverselo tuto! Oh, che mica siamo in California qui, capito?!?

Vi saluto avvolta nella bandiera del mio stato ospitante e spero vi dilettiate nel vedermi, babba quale sempre mi rendo, svolgere lavori donneschi di un certo livello e apprezzare il cibo locale offertoci.

God Bless Texas.

facciocosevedogente: HCP’s Fine Print Auction!

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http://www.facebook.com/houstoncenterforphotography – HCP’s 2016 Fine Print Auction

Sono felice di raccontarvi la mia prima entusiasmante esperienza di volontariato ammerigano: la serata di gala con asta di fotografie dello Houston Centre for Photography!

Partiamo da un primo semplice concetto: l’idea di volontariato in Italia è qualcosa di molto diverso dal volontariato americano. Qui “volontariato” non fa necessariamente rima con sociale o stage non retribuito, qui si può fare, e SI FA, volontariato ovunque. I volontari sono la spina dorsale di qualsivoglia evento, manifestazione, serata, pomeriggio, luogo o istituzione. Cosa che, per noi, non è così immediata da capire.

Sarà l’educazione, sarà la religione, ma qui si sente il dovere e l’obbligo di ridare al bene comune un po’ del proprio tempo. Se non sbaglio, ho sentito che, durante le superiori, i ragazzi sono persino obbligati ad impegnare un certo numero di ore da spendere in volontariato. E forse, qualche ora obbligatoria di volontariato, non farebbe male nemmeno a noi, diciamocelo. Più volontariato alle superiori, meno schiavismo stagista, che dite? Vi piace? A me sì!

Come vi dicevo, qui si volontarizza ad ogni età e in ogni ambito, quindi, se hai del tempo da regalare e cerchi qualcosa che ti piace davvero, rischi pure di imparare qualcosa di interessante e magari anche divertirti.

Per il Centro di Fotografia siamo stati impegnati due giorni: il primo lo abbiamo passato a disallestire la mostra organizzata per presentare quelle che sarebbero state le foto messe all’asta, impacchettare ogni singolo pezzo e preparare il materiale per i partecipanti; il secondo giorno c’è stata la preparazione della location e poi il prendere parte attivamente, con diversi ruoli, allo svolgimento della serata vera e propria.

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Dalle 5 alle 7 sono stata arruolata tra le fila del check-in, ruolo che ha messo alla prova il mio livello di listening…ma grazie anche al mio orecchio destro Erica, americana DOC, siamo riuscite a far sedere tutti ai loro posti senza intoppi. Successone!

Alla serata di gala (leggi anche: 200 dollaroni a cranio per la sola partecipazione) hanno presenziato qualcosa tipo 300 persone. Dopo essere arrivati, e aver potuto sorseggiare del buon vinello sbirciando tra le varie opere esposte nelle diverse sale, gli ospiti si sono poi seduti ai tavoli per la cena accompagnata dal vero e proprio momentone della serata: l’asta!

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http://www.facebook.com/houstoncentreforphotography – HCP’s 2016 Fine Print Auction

E come potevo resistere dall’indossare i guanti bianchi da mimo?!?!? Potevo?!?! Dovevo fare quella babbana che alzava le opere, non potevo esimermi! Dopo aver avuto l’ok dalla coordinatrice (…sì, ho dovuto chiederglielo: “ma vado bene o sono troppo tappa?” “Tranquilla, c’è un proiettore che fa vedere la fotografia a tutta parete, don’t worry, dear!”), guanti alle mani e….occcazzo! Ma quanto pesano ‘ste cornici?!?!?

Marta ha scoperto che le cornici dell’IKEA non hanno niente a che vedere con delle cornici semiserie.

Bene. Al terzo giro avevo i bicipiti strapompati, le braccia sempre più deboli e, se non ricordo male, ho anche tirato qualche parolaccia nascondendo la faccia sofferente dietro il quadratone. Li mortacci, che fatica!

Voglio deliziarvi con qualche foto, c’è anche una presenza familiare che aleggia…ah e sì, anche quel parrucchino della foto in basso sono io, credo proprio in uno di quei bei momenti di imprecazione libera:

E’ stata un’esperienza molto appagante, mi sono divertita un sacco, ho conosciuto tanta gente e questa bella sensazione di “pienezza” mi ci voleva proprio.

Vi saluto con la foto da squadra di calcio del team dei volontari.

E meno male che è presa da lontano. ❤

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http://www.facebook.com/houstoncentreforphotography – HCP’s 2016 Fine Print Auction

Austin, the Live Music Capital of the World

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la cupola del Texas State Capitol Building

Un paio di settimane fa siamo stati ad Austin, capitale del Texas, a “sole” 3 ore di macchina da Houston.

La città ci è piaciuta un sacco perché é molto più piccola rispetto a Houston (…no, vabbé, TUTTO è MOLTO più piccolo rispetto a Houston…quindi…), riesci ad intravedere le fattezze di una vera città (il centro-fuori dal centro-fuori fuori: cose che a Houston ciao, guidi da un’ora e mezza e sei ancora “dentro”) e, forse complice la meravigliosa giornata, a me tutti sembravano giovani, sorridenti, felici e pure molto belli! 😀

L’atmosfera che si respira è molto più rilassata, c’è gente in giro a piedi e in bici (!), il Downtown è ridotto nelle dimensioni ma è piuttosto vivace per essere un Downtown, con qualche negozio (di musica, soprattutto) e qualche grazioso bar aperto e strapieno di gente! Incredibbbboliiiii!

La prima tappa di rito è stato lo storico edificio della State Capitol, sede governativa dello stato del Texas:

Dalla State Capitol parte poi una grossa arteria, Congress Avenue, che scende e taglia a metà tutto il Downtown, supera il fiume (il Signor fiume, stiamo parlando del Colorado River!) e si trasforma in South Congress, ovvero the place to be! Un posto spettacolare, oddio, nel senso texano del termine, perché nella realtà rimane un mega stradone ma ai suoi lati si apre la poesia che mi ha fatto quasi venire le lacrime agli occhi (giusto per dire come sono messa…), o, se non altro, dire ad alta voce al povero Jac: “No, vabbé. Io non voglio tornare a casa! Staimo qui!!! EEEHHH?!?!?”

Un susseguirsi di negozietti carinissimi, ristoranti e street food di tutti i tipi, musica ai lati delle strade e dentro gli stessi negozi, sorrisi, profumi e taaanta gioia!

Bastapococheccevò?!?!?

Abbiamo concluso la serata sgranocchiandoci tacos e bevendo birra in un posticino delizioso, tutto all’aperto, dove, guarda un pò, c’era anche dell’ottima musica dal vivo.

Se passate dal Texas, fateci un salto! 😉

La nostra prossima tappa sarà San Antonio, poi vi farò sapere!

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Project Row Houses: il cuore nero che batte alle porte del Downtown

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Third Ward è un quartiere di Houston, si trova a sud est del Downtown ed è il cuore storico della comunità afroamericana della città.

A fine ottocento la zona era costellata di case dal tipico stile popolare del sud chiamate anche shot-gun houses, ma già dal primo decennio del ‘900 iniziò un triste ed irrefrenabile declino. Molti abitanti lasciarono la zona per trasferirsi altrove e Third Ward divenne un quartiere sottosviluppato dal punto di vista dei servizi, delle infrastrutture e, di conseguenza, con un’alta concentrazione di criminalità e disagio sociale (basti pensare che, per raggiungere il supermercato più vicino, non avendo un’auto e dovendo spostarsi con i bus, ci si impiegherebbero circa 45 minuti. Non ci vuole invece nulla per procurasi alcool o altro).

Project Row Houses nasce nel 1996 per cercare di cambiare le cose, per far sì che il quartiere possa rinascere senza snaturarsi, rischio tangibile causato dalla “gentrification” della zona, ossia dal piano di ripulita di quei quartieri considerati ormai degradati, che prevede sostanzialmente di radere al suolo tutto per poi ricostruire abitazioni di maggiore appeal per il mercato immobiliare.

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Per fare questo, il progetto ha “occupato” le casette sottratte alla gentrification, le ha ristrutturate e le ha rese fruibili alla comunità. Ogni row house ospita un’artista o uno spazio di aggregazione, ad oggi c’è perfino una ragazza che ha trovato lo spazio per vendere i suoi dolci, una che espone i suoi gioielli e persino una piccola biblioteca.

Con la collaborazione di artisti provenienti da tutto il paese, PRH ha attuato un vero e proprio cambiamento sociale, organizzando servizi e creando spazi educativi per i più piccoli o per chi è in difficoltà. Al momento i progetti attivati sono:

  • public art: ospitando artisti che vogliono impegnarsi a collaborare per il cambiamento;
  • education programs: attraverso lezioni di arte tenute da artisti professionisti, scrittori e musicisti per incoraggiare i bambini a sviluppare un pensiero critico e  ad essere più sicuri di sé stessi e delle proprie capacità. Si organizzano anche pomeriggi in cui ci sono tutor disponibili per compiti o lezioni, programmi estivi che prevedono anche gite fuori porta a musei e mille altre iniziative;
  • young mothers residential program: 5 giovani madri senza sostegno vengono ospitate fino a 24 mesi in piccole case del vicinato, tutte ben equipaggiate, così da dar loro il tempo di riassestarsi, trovare un equilibrio, supporto e, possibilmente, un lavoro prima di essere in grado di lasciare la comunità con le proprie gambe;
  • row houses community development corporation: altra chicca in partnership con la facoltà di architettura della Rice University: gli studenti di architettura hanno progettato e realizzato case per ospitare famiglie con un affitto sostenibile e, ovviamente, rigorosamente in linea con quello che era lo stile architettonico originario del quartiere.

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E’ stata una mattinata davvero interessante, India, la ragazza che ci ha accompagnate per il quartiere, è entusiasmo allo stato puro e non si poteva non esserne contagiate.

Consiglio a tutti di dare una sbirciata alle loro iniziative (ecco il link di PRH) e vi lascio con le splendide vetrate della più antica chiesa nera di Houston, la Trinity United Methodist Church, che, ovviamente, merita senza alcun dubbio una visita dato che si trova esattamente dall’altro lato della strada.

 

ControSensi

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Per prendere la patente texana si deve, come in Italia, sostenere prima la teoria e poi la guida pratica. Essendo noi “adult drivers”, le possibilità erano due: o studiare da soli il libro e poi andare a sostenere l’esame in una delle sedi preposte, o iscriversi ad un corso on-line che ci avrebbe poi dato l’opportunità di fare direttamente l’esame comodamente da casa nostra quando e come volevamo.

Ovviamente ci siamo buttati sull’opzione B e, devo ammettere, siamo stati molto felici di averlo fatto, anche perché io avevo provato ad approcciare il libro in autonomia ma ho iniziato a perpetrarmi atti di autolesionismo già dalla pagina 5. E, anche no.

Il corso (se qualcuno fosse interessato ecco qui il link) in tutto dura sei ore, che puoi distribuirti come e quando vuoi, mettere in pausa, uscire, rientrare, rivedere…Noi ce lo siamo fatto fuori in due weekend. Facile facile. Poi, vuoi mettere seguire dei video rispetto a leggerti tutto il mattonazzo cartaceo?!? Naaaahhh!

L’esame consisteva in 80 domande: 40 sui segnali e 40 sulle regole.

‘Na cagata pazzesca, ragazzi! Ma veramente paurosa!!!

Tipo che: -Allo Stop:

  • ti devi fermare
  • devi alzare la musica della radio a tutto volume
  • devi fare un testacoda

Questo era il livello.

Io che mi aspettavo le doppie, macché doppie, TRIIIPLE negazioni per farti cadere in errore… l’unica cosa che mi è caduta qui è stata la mascella!

Oh, ma meno maaaaaaleeee eeeh! Non si schifa niente! 😀

Ed ora un paio di annotazioni (o controsensi?!):

1.Drink&Drive

Saprete tutti che se vai di drink&drive qui finisce male, nel senso che, come niente, ti possono portare dentro. E, per la carità ci sta assolutamente, visto che l’alcool è talmente demonizzato durante l’adolescenza, che quando ‘sti repressi di birrette lo possono fare, si sfondano come se non ci fosse un domani. Quindi tolleranza zero. Ma attenzione! E qui viene l’assurdità: le restrizioni non solo riguardano il guidare dopo aver bevuto, ma per essere certi che non ti venga la tentazione diabolica di stapparti il prosecchino che stai portando alla cena dell’amica, NON devi avere alcolici se non nel bagagliaio.

E se ho il bagagliaio infognato di attrezzi da carpentiere, tutto il necessario per il bird watching del weekend e della legna per il caminetto da buon redneck???

Beh allora, occhèi, tieni la boccia in macchina ma in una posizione dove la tua mano non possa raggiungerla e, facciamo anche che, se hai una coperta, è bene che tu la copra. Non si sa mai, la tentazione.

Ragazzi. Son cose sentite per davvero eh!!!

2. Buckle Up! – Cintuuuureee!

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E’ obbligatorio che tutti si mettano la cintura (cosa che dovrebbe essere così anche in Italia, ma sono io la prima che, se salgo dietro, non sono ancora abituata a farlo come gesto meccanico….e quindi posso ricordarmi di allacciare la cintura anche a 50 metri dall’arrivo. malemale). Niente di strano. Se non che, un giorno, stiamo sfrecciando in freeway e vedo un pick-up che ci supera e ha dietro, all’aperto!, due tizi messicani coi capelloni al vento, manco fossero  due concorrenti di Pechino Express su una strada deserta nel mezzo del Perù. Oltre a cagarmi addosso per loro, mi chiedo quante centinaia di dollari di multa si potrebbero beccare se incontrassero la polizia. Meno male che lo scopro poi dal corso: ZERO. E’ legale stare dietro così, nei pick-up. Se hai un figlio e non lo leghi come una salsiccia fino a 14 anni (meglio troppo che niente, per carità!) ti levi un rene per pagare la multa, ma vai tranquillo, che dopo lo puoi caricare su in scioltezza, anche dietro. Così.

3. Center Lane AKA Sucide Lane

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Non fatemi parlare delle lanes, che sapete bene quanto sia un argomento che mi provoca molta fatica psicofisica…(se non sai di cosa sto parlando…leggi qui).

La central lane, detta per davvero “suicide lane”, è una corsia che sta in mezzo, tra i due sensi di marcia, e serve solo quando si voglia svoltare a sinistra. Peccato che vale per tutti e due i sensi di marcia per cui il frontale è sempre in agguato. Belle soluzioni. La sicurezza prima di tutto. Grazie.

4. Road Rage

Tema caldo del corso. Video e video sulla, letteralmente, “rabbia al volante”. Pazzesco. Pazzesco perché non ricordo di aver trattato niente di simile in Italia. Ah già, forse perché noi non abbiamo le pistole. Ore e ore a spiegarti che se uno ti taglia la strada non ti devi incazzare (magari rincorrerlo e tirare fuori il pistolino, come capita ogni due per tre), perché magari è solo un imbranato (come la sottoscritta), o comunque, è un prepotente e non vale la pena che la cosa finisca male perché tu te la sei presa troppo sul personale.

Pajura.

O forse mi fa più paura l’esame di pratica che devo ancora fare??? Vi dirò…! 😉

Di pistole e pistolA

 

E dire che pian piano, come mi aveva rassicurata qualcuno, mi stava passando.

L’ansia perenne che ero totalmente incapace di trattenere e controllare, il pensiero fisso che mi entrava prepotentemente in testa appena mettevo fuori un piede da casa:

Oh. Questi sparano, cazzo!

Le pistole. In Texas.

Abbinamento perfetto quasi quanto la Nutella e il pane.

Ma dai risultati molto più devastanti rispetto ai cuscinetti di adipe e il senso di colpa facile da ignorare.

Tutto sembra più spaventoso all’inizio, quando, per quanto ti possa sforzare, non riesci a mandar giù facilmente l’impossibilità di farti un giro a piedi o il raggiungere un posto senza dover prendere la macchina e metterci almeno una mezz’ora. E così, come tutte queste cose, c’era l’incapacità di concepire una nuova realtà che convivesse con persone vogliose e orgogliose di portarsi a spasso un’arma.

Ma mi sono data del tempo, perché fa sempre un po’ paura quello che non si conosce, e si parte sempre un po’ prevenuti: credo sia una delle debolezze più imbarazzanti del genere umano, che lo si riconosca o meno.

E allora, con dei respiri profondi, mi ripetevo che nessuno mi avrebbe sparato, così, a cazzo, e che poi le probabilità che mi sparassero guidando i pick-up mentre io camminavo (sola) per strada, insomma, erano davvero minime…

…ma altro che respiri profondi, più che altro respiri accelerati da sala parto, quando quella sera, guidando con la pioggia, quel tizio strafatto, dopo averci strombazzato col clacson ci si affianca e tira giù il finestrino, inizia a gridare le peggio cose e io, ripetendo la il mantra we’resorrywe’resosorry, pregavo la madonna che la piantasse, ci lasciasse in pace e soprattutto, che non avesse una pistola.

Bei momenti.

Ma il pirla in giro c’è sempre, e, se è nei paraggi, di certo lo becchiamo noi. Mi sono ripetuta questo per i due giorni successivi e poi ho cercato di dimenticare. Razionalizzare e dimenticare.

Poi è arrivato il 1 gennaio.

Dal 1 gennaio in Texas è passata la legge sull’open carry, ossia, sulla possibilità, non solo di possedere e portare in giro le proprie armi, ma di mostrarle pubblicamente.

Sì. Ne sentivamo tutti il bisogno.

Occhi sbarrati e ore a chiedersi: MAPPPERCHE’?!?!? non portano a nulla, per lo meno qui.

Tutti ti risponderebbero che è un loro diritto avere armi e dal 1 gennaio è un loro diritto poterle mostrare per cui, zitta e guardami il pistolone, young lady.

Ci sarebbe da scrivere pagine e pagine su questo argomento, ma sarebbe comunque inutile. E’ una questione di testa, e di certo non puoi pensare di cambiare la testa a un cowboy, così, solo sottolineando che per te, tutta ‘sta cosa delle pistole è una cazzata pazzesca. Se gli facessi notare che le armi hanno fatto più morti americani tra sparatorie di massa, suicidi e incidenti, rispetto a  quelli dovuti al terrorismo ti farebbero spallucce e ti direbbero che, appunto, visto che ci sono così tanti squilibrati, meglio essere pronti per potersi difendere.

La donna delle pulizie (messicana, con una figlia piccola, sana di mente e di conseguenza, contro le armi) mi ha raccontato che lo scorso anno le sono entrati in casa i ladri. Fortunatamente loro non erano in casa e, una volta arrivata la polizia, il poliziotto le ha chiesto se possedeva un’arma. Lei risponde di no e il poliziotto, incredulo, le chiede come sia possibile. Come crede di difendere la sua famiglia, senza un’arma?

Ecco. Questo è il livello. Che il pirla (o, il pistola, giusto per essere sul pezzo) sei tu.

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Qualche sera fa Obama ha parlato della questione spinosa delle armi in America. Ho aspettato con ansia l’inizio del dibattito sulla CNN, sperando di sentire qualcosa di forte, tipo che “basta con ‘ste stragi, ragzzi. Adesso tolgo le pistole a tutti e ciao”. Ma, ovviamente, non solo questo non è successo, ma il succo era: “ragazzi, adesso faremo qualche background check in più prima che voi possiate comprarvi la terza pistola su Amazon per il trediciesimo compleanno di vostro figlio”. E c’era pure gente che si indignava perché si sentiva toccata nel proprio diritto di comprare come e quante armi volesse!

Io ero allibita. Io sono allibita. E basta, getto la spugna.

Mi chiedo cosa vorrebbe dire crescere un figlio qui, che poi magari viene invitato alla festicciola di compleanno dall’amico che ha il padre che ha armi sparse per tutta la casa. Ed è di ieri l’ultima morte accidentale di un bambino che apre il cassetto, trova la pistola e si spara.

Quotidianità.

Ci sono cose a cui ci si può abituare, ad altre, grazie a dio, non mi abituerò mai.

Happy New Year Y’all!

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il modesto alberello all’ingresso del palazzo dove lavora Jac

Il nostro Babbo Natale è atterrato al Bush Airport (con un’ora di ritardo) il 24 dicembre alle 16.00. Sbarazzatosi delle renne (messe probabilmente in cargo e mai più recuperate), ha deciso di travestirsi da fratello di Jac, ma questo poco importa, perché il vero miracolo è stato quello di vederlo con entrambe le valigie…piene di regali italiani tuuuuuttti per noi!!!

La stessa sera siamo stati adottati da una famiglia molto moooolto carina (italiana, ovvio, mica si festeggia il 24 se no…gli ammerigani come anche i milanesi doc non concepiscono il cenone pre-25), che ci ha sfamati con del buon pesce, fatti divertire e sentire a nostro agio per tutto il tempo. Un bel regalo. Ah, abbiamo pure visto un opossum che è venuto a salutarci proprio poco prima della mezzanotte. Orèèèèndo, ma folcloristico.

Poi è arrivato il Natale.

Non avendo una mazza da fare, abbiamo deciso di entrare anche noi nel vero spirito natalizio dell’americano medio: saremmo andati alla nostra prima partita di Natale! (Non fate quelle facce, non giudicatemi, venite prima a Houston e poi mi dite quale altra opzione avreste scelto…). La partitona in questione (di basket, s’intende) è un vero e proprio rito qui, un pò come la messa di mezzanotte, thò, tanto per intenderci. Aggiungeteci che i Rockets giocavano pure in casa…e, niente. Si doveva andare.

Bene. Dovevamo essere carichi. E per dovevamo, intendo dovevo. Quale scelta migliore per carburarsi un pò con dello spirito NBA, se non fare un primo giro al gift shop?!? Poi la cosa m’è sfuggita di mano ed è finita così:

Si, si, ridete, intanto grazie alla mia barba maggggica, abbiamo pure vinto! E’ stato un sacco divertente, lo ammetto.

Avevamo anche in programma un paio di gite fuori porta ma allarme tornado una volta, tempo comunque schifoso un’altra, alla fine non abbiamo mai lasciato la ridente Houston.

Per capodanno siamo andati in Downtown, più precisamente nel Theatre District, per un evento all’aperto family friendly che prevedeva musica dal vivo, cibo e gran finale con giuuuochi pirotecnici. Tirare la mezza non è stato facile, nonostante stesse suonando la “miglior party band del mondo” (così umilmente si sono presentati i B-52, manco fosse l’apertura di un concerto dei KISS…), forse perché ci avevano mentito (e non erano assolutamente la miglior party band del mondo, ve lo assicuro), forse perché si è alzato un venticello ghiacciato che meno male avevamo preso le cuffie, forse che forse cheeeee…anche basta.

Ma eccoci in area countdown. Meno deci minuti. Sarà l’ultima canzone.

Meno tre minuti. Sarà l’ultima canzone.

“Qualcuno sa dirci che ore sono?!?!”

MA SEI PIRLAAAAOCOOOSA?!?!?!?!

“Ahahahahha…ups…ehmm…three, two…one…ahhahahha”

O________________O

E niente. Quasi neanche buon anno. La folla non ha neanche finto entusiamsmo!!! Macccccome!??!?!?! Io mi immaginavo le bombe carta tirate in Barona, le finestre dei palazzi che tremavano dai botti dei tamarri che iniziavano alle tre di pomeriggio, il dirimpettaio che ti sparava i fuochi sul terrazzo e le falangi dei bamini napoletani che saltavano durante la preparazioni di sempre più innovative e devastanti armi pirotecniche di distruzione di massa.  That’s Italian New Year’s Eve.

Massì, a voi che avete le pistole e potete sparare sempre, ma che vvvvenefregaaavvoiiii!!!

E, con molta calma, sono arrivati anche i fuochi. Se così possiamo definire quelle scoreggine colorate che hanno sparato in aria.

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disappunto

Da Houston per ora è tutto, buon 2016 e a risentirci presto!